Compensi amministratori: i 3 errori più frequenti da evitare
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Compensi amministratori: 3 errori da non commettere
Il 2025 è appena finito, ma non ancora del tutto archiviato. Prima di chiudere definitivamente l’anno, c’è un ultimo aspetto da verificare con attenzione: il corretto pagamento dei compensi agli amministratori.
La scadenza del 12 gennaio è cruciale e alcuni errori ricorrenti possono trasformare un costo legittimo in un costo indeducibile o, peggio, contestabile.
Errore 1 — Dimenticarsi di pagare entro il 12 gennaio
Dal punto di vista fiscale, per la società i compensi agli amministratori sono deducibili nell’anno in cui vengono effettivamente pagati, non in quello di competenza. La ratio è semplice: far coincidere l’anno di deduzione per la società con quello di tassazione in capo all’amministratore.
Esempio pratico:
Se per il 2025 sono stati deliberati 50.000 euro di compensi, ma tali importi non vengono pagati nel corso dell’anno (o, al più tardi, entro il 12 gennaio 2026), non saranno deducibili nella dichiarazione dei redditi relativa al 2025.
In questi casi opera il principio di cassa “allargata”: anche i compensi pagati entro il 12 gennaio 2026 sono fiscalmente considerati come riferiti al 2025.
⚠️Attenzione al mezzo di pagamento:
Bonifico: rileva esclusivamente l’accredito sul conto dell’amministratore, non la data di disposizione né la valuta.
Assegno: è necessario che l’assegno sia consegnato e incassato entro il 12 gennaio.
Occhio quindi al calendario: un bonifico disposto il 12 gennaio 2026 (che cade di lunedì), se non eseguito in modalità istantanea, difficilmente verrà accreditato nello stesso giorno, con il rischio di perdere la deduzione. Errore 1-bis — Il caso dell’amministratore con partita IVA
Non è raro che l’amministratore abbia una partita IVA personale (si pensi al medico direttore sanitario di un centro medico o all’ingegnere amministratore di una società di costruzioni). In questi casi il compenso viene fatturato alla società.
In questo scenario, la regola della cassa “allargata” non si applica: affinché il compenso sia deducibile nel 2025, la fattura deve essere pagata entro il 31 dicembre.
Se il pagamento slitta?
Male, ma non malissimo: il compenso non sarà deducibile nel 2025, ma lo diventerà nell’anno di effettiva erogazione, quindi nel 2026, con la dichiarazione dei redditi successiva. Errore 2 — Compenso amministratore senza una delibera espressa
Il Codice civile prevede che i compensi degli amministratori siano stabiliti all’atto della nomina o mediante delibera assembleare. In sede di bilancio, è quindi fondamentale verificare che il compenso stanziato per il 2025 sia supportato da una delibera chiara, espressa e idonea.
⚠️Attenzione: la semplice approvazione del bilancio che “contiene” il costo non è sufficiente. La legge richiede che la delibera che determina il compenso sia esplicita: meglio predisporne una ad hoc.
Nota di prudenza: va sempre valutata anche la congruità del compenso. L’amministrazione finanziaria può contestare, in tutto o in parte, la deducibilità quando l’importo appare insolito, sproporzionato o finalizzato a ottenere indebiti vantaggi fiscali.
Fate soprattutto attenzione quando decidete all’ultimo di erogarvi un compenso extra, magari perché l’anno è andato bene: bisogna predisporre una delibera dell’assemblea che determina il compenso straordinario. Errore 3 — Crisi di liquidità: cedolino fatto, ritenute e INPS versate… ma compenso non pagato
Può accadere che una Srl, magari a base familiare, in cui gli amministratori sono anche soci, si trovi in una fase di tensione finanziaria. Spesso si decide all’ultimo momento di non pagare i compensi agli amministratori per preservare liquidità.
In questi casi è fondamentale avvisare immediatamente il consulente del lavoro (o chi predispone le buste paga). Se questa informazione non viene comunicata per tempo, può accadere che vengano comunque predisposti e presentati gli F24 con ritenute IRPEF e contributi INPS.
Il risultato è un vero e proprio corto circuito:
la deducibilità per la Srl resta legata all’effettiva erogazione del compenso;
il versamento di ritenute e contributi fa però presumere che il compenso sia stato effettivamente corrisposto.
A quel punto sorgono domande inevitabili: l’amministratore dovrà dichiarare un compenso mai incassato? Come interpreterà la situazione l’Agenzia delle Entrate?
Il paradosso è evidente: nel tentativo di preservare liquidità, la società finisce per versare imposte e contributi non necessari, creando al contempo un potenziale punto di attacco per controlli e contestazioni. Cosa fare subito
Verificare di aver eseguito i pagamenti: considerando sabati e domeniche, il tempo è davvero poco.
Controllare le delibere: devono essere espresse e coerenti con gli importi stanziati.
In caso di difficoltà di liquidità, se si decide di ridurre o rinviare i compensi, informare immediatamente il consulente del lavoro, così da evitare errori su cedolini e versamenti.
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Il presente articolo ha lo scopo di spiegare in termini semplici materie complesse e divulgare informazioni che possono essere vantaggiose per gli imprenditori. Consultare sempre il proprio commercialista per gli opportuni approfondimenti.