Il Merito Creditizio dell'impresa


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“INDICI DI BANCABILITÀ DELLE IMPRESE”

 

La realtà che non esiste

Tra le fake news del presente e i ricordi di un mondo non c’è più, in televisione, alla radio, online, siamo bombardati da pubblicità roboanti da parte di banche di ogni tipo e dimensione che si propongono come le migliori partner di impresa possibili, sensibili alle necessità dell’imprenditore, sue inseparabili compagne di viaggio perché disposte ad ‘aiutare’ sempre e comunque.
Toni enfatici che descrivono una realtà che semplicemente non esiste.

Dal canto suo, l’imprenditore valuta la qualità delle banche, con le quali lavora, in base alla loro maggiore o minore disponibilità ad erogare finanziamenti in suo favore.
Se da una parte siamo in presenza di fake news, dall’ altra si continua a credere che tutto sia come una volta, quando era la conoscenza personale con la banca e con i suoi funzionari a fare la differenza.

Qualche giorno fa, parlando con un cliente al quale rappresentavo la complessità di una certa operazione che riguardava la sua società legandola alla disponibilità delle banche a non ostacolarla, egli mi rispondeva di averne fatta, molti anni prima, una analoga senza che le banche ne fossero neppure state informate e che tutto si era svolto perfettamente.
La mia risposta è stata, semplicemente, che oggi non potrebbe più essere così e che quell’operazione, fatta allora senza il minimo intoppo e addirittura non considerando l’impatto bancario, non sarebbe oggi ripetibile con lo stesso approccio di allora.

 

Le banche sono cambiate

Le banche sono cambiate, come anche il modo di rapportarsi con loro.
L’atteggiamento delle banche verso i propri clienti imprenditori, il loro modo di operare, la loro maggiore o minore disponibilità al credito, il grado di sopportazione del rischio (considerando che l’intervento in loro favore del Medio Credito Centrale o, peggio, dei Confidi quali garanti del credito concesso alle PMI, alle banche non interessa poi così tanto) dipende solo ed esclusivamente dalle regole ferree che, a livello comunitario, esse devono rispettare.

Questo non per capriccio degli organismi finanziari europei, ma per esigenze di tutela del pubblico risparmio, perché quello che le Banche di credito ordinario erogano sotto forma di prestiti alle imprese è costituito dalle risorse dei risparmiatori che hanno portato i loro soldi in banca, non certo perseguendo una logica di investimento, ma con il primario intento di conservarne l’integrità nominale.

 

Quelli che fanno danni

Presunti intermediari che si inseriscono nel rapporto con le banche spesso nascondono all’imprenditore, artatamente, la complessità del rapporto con queste ultime, attribuendo un eventuale rifiuto al rinnovo delle linee di credito concesse all’allargamento delle stesse o alla presenza di singoli valori di bilancio non soddisfacenti, assumendoli singolarmente anziché come elementi di un sistema organico di indicatori, funzionale a valutazioni circa la situazione economica e finanziaria - attuale e prospettica - dell’impresa.

“Il bilancio è in perdita e per questo la banca non mi ha fatto credito” è una delle frasi ricorrenti dell’imprenditore che rincara: “Bisogna che il bilancio sia in utile ad ogni costo.”.
Certamente la presenza di una perdita di esercizio non semplifica il rapporto con la banca, ma l’analisi e il giudizio sulla sostenibilità finanziaria di un’impresa segue un percorso articolato del quale la perdita è un tassello e, spesso, neppure il più significativo.
Invece all’imprenditore, già nel panico per l’insufficienza del credito, viene fatto credere che il risultato netto di bilancio sia, allo stesso tempo, il punto di partenza e di arrivo nella valutazione bancaria della qualità della sua azienda.

Il risultato è che questi presunti ‘consulenti’ distolgono l’imprenditore dalla necessità di esaminare l’andamento economico e finanziario complessivo della impresa inducendolo a ritenere di poter risolvere i suoi problemi (spesso il sovraindebitamento è tra i principali) forzando il bilancio in modo che una perdita si trasformi in utile, (evidentemente ignorando che tale manipolazione è perfettamente visibile anche da una elementare analisi), inducendolo a esporsi a reati gravi: dalle false comunicazioni sociali a quelle bancarie finanche all’infedeltà dichiarativa.

 

Gli indici di bancabilità

Cosa osservano davvero le banche quando valutano un’impresa?
Quando un imprenditore entra in banca per chiedere un finanziamento spesso pensa che la decisione di quest’ultima dipenda semplicemente dal bilancio dell’ultimo anno o da una buona relazione con il funzionario.
In realtà, oggi, le banche seguono criteri molto più rigorosi e standardizzati, imposti dalle regole europee.
Le linee guida emanate dall’EBA (European Banking Authority), insieme al principio contabile IFRS 9 (International Financial Reporting Standards n. 9) hanno introdotto un modo completamente nuovo di valutare il rischio.
Non si guarda soltanto a come l’azienda è andata finora, ma soprattutto a come andrà nei prossimi anni.

Per questo motivo, la sostenibilità finanziaria futura è diventata il centro di tutto.
Le banche analizzano indicatori precisi, chiamati indici di bancabilità, che servono a capire se l’impresa sarà in grado di rimborsare i propri debiti senza trovarsi in difficoltà.

 

Parte tutto da qui: Ebitda, Patrimonio Netto e Posizione Finanziaria Netta

Prima di addentrarsi negli indicatori di bancabilità, è utile soffermarsi su tre elementi che costituiscono il punto di partenza di qualunque valutazione finanziaria: EBITDA, Patrimonio Netto (PN) e Posizione Finanziaria Netta (PFN).
Ognuno di questi indicatori racconta un aspetto fondamentale della vita economica dell’impresa e, insieme, formano la base su cui le banche costruiscono la loro analisi del rischio.

 

EBITDA: il cuore operativo dell’impresa

L’EBITDA è la misura più immediata e genuina della capacità dell’azienda di generare ricchezza attraverso la propria attività caratteristica e costituisce un punto di partenza per stimare la capacità dell’impresa di produrre flussi finanziari positivi.
Esso emerge dal conto economico riclassificato a “Valore aggiunto” ed è pari alla differenza tra il fatturato (più precisamente il “Valore della produzione”) e i costi operativi sostenuti per realizzarlo.
In sostanza si tratta dell’utile al lordo di:

  • interessi finanziari,
  • tasse,
  • ammortamenti,
  • svalutazioni.

In altre parole, l’EBITDA rappresenta la performance del “motore industriale” dell’azienda prima che entrino in gioco le componenti finanziarie o contabili.

È un indicatore prezioso perché:

  • fotografa la forza del business al netto di scelte fiscali o di investimento;
  • fornisce un’idea della capacità dell’impresa di generare flussi finanziari nel breve periodo;
  • misura la resilienza operativa, cioè quanto l’attività caratteristica riesca a sostenersi anche in scenari di stress.


Per fare un esempio concreto, se un’azienda fattura 5 milioni di euro e sostiene costi operativi per 3,5 milioni, il suo EBITDA sarà di 1,5 milioni.
Questo valore racconta che l’impresa genera un margine significativo, che potrà essere utilizzato per pagare debiti, investire, o remunerare i soci.
Non stupisce quindi come proprio l’EBITDA sia al centro degli indici di bancabilità più utilizzati dalle banche.

 

Patrimonio Netto (PN): la solidità strutturale

Il Patrimonio Netto rappresenta il totale dei mezzi propri dell’impresa, ovvero ciò che appartiene ai soci in termini di capitale versato, utili trattenuti in azienda perché non distribuiti, riserve costituite, ad esempio, con versamenti effettuati dai soci nelle casse sociali in via definitiva (in conto capitale o a fondo perduto).
È lo ‘zoccolo duro’ che sostiene l’azienda e indica quanto essa sia in grado di assorbire eventuali perdite e sostenere gli investimenti.
Un Patrimonio Netto robusto è, per la banca, un segnale di stabilità e prudenza gestionale.


 

Posizione Finanziaria Netta (PFN): il peso reale dei debiti

La Posizione Finanziaria Netta è la misura dell’indebitamento netto dell’impresa, calcolato sottraendo alla somma dei debiti finanziari la liquidità disponibile.
È un indicatore semplice ma essenziale, in quanto mostra l’indebitamento effettivo dell’azienda al netto della liquidità disponibile.
In altre parole indica quanto l’impresa è realmente esposta verso il sistema finanziario.
Se un’impresa ha debiti per 1,2 milioni e 300.000 euro di liquidità, la sua PFN è 900.000 euro, che è il debito ‘effettivo’ da considerare in un’analisi di sostenibilità finanziaria.

 

Come le banche leggono questi dati

Chiarito il significato di questi tre parametri fondamentali, che la banca ricava dal Bilancio depositato (più che dai bilanci di periodo normalmente richiesti solo per misurare gli andamenti piuttosto che per sviluppare analisi di sostenibilità finanziaria), l’utilizzo che ne fa la banca è il combinarli in alcuni indici fondamentali, mettendoli al numeratore e al denominatore di quozienti in grado di esprimere valori significativi.

Ogni indice racconta un pezzo della storia dell’impresa, quanto è indebitata, quanto è solida e quanto riesce a generare flussi finanziari.

 

PFN/EBITDA: quanti anni servirebbero per ripagare i debiti?

Uno degli indici più noti è il rapporto PFN/EBITDA, che permette di capire in quanti anni l’azienda potrebbe ripagare il proprio debito finanziario netto utilizzando esclusivamente il margine operativo generato.
È un indicatore intuitivo: più il valore cresce, maggiore è il tempo che l’impresa impiegherebbe a rimborsare il debito e maggiore è il rischio percepito dalla banca.

Immaginiamo che un’azienda abbia un PFN di 900.000 euro e un EBITDA di 300.000 euro.
Il rapporto PFN/EBITDA sarà quindi 3 e pertanto, in teoria, l’impresa riuscirebbe a ripagare il debito in tre anni usando il proprio margine operativo.

Le linee guida europee fissano limiti piuttosto netti per tale indice:

  • un valore, per esso, superiore a 6: la situazione viene giudicata critica, e l’impresa entra nella fascia di rischio elevato;
  • nella pratica molte banche preferiscono lavorare con clienti che non superano il valore di 4 o 5.

Questo indicatore è così importante perché aiuta le banche a decidere se un’azienda rientri in una classificazione ‘tranquilla’, lo Stage 1, o se invece occorra preoccuparsi.
Se il valore superasse 5 il credito potrebbe essere riclassificato nello Stage 2, cioè in un’area di rischio crescente e qualora superasse 6 si avvicinerebbe allo Stage 3, quello dei crediti deteriorati.

 

PFN/PN: equilibrio o squilibrio?

Un altro indicatore molto apprezzato dalle banche è il rapporto tra Posizione Finanziaria Netta e Patrimonio Netto (PFN/PN).
Questo indice fotografa quanto l’impresa dipenda dal debito rispetto alle risorse proprie.
Se la PFN fosse di 900.000 euro e il Patrimonio Netto di 600.000, il rapporto sarebbe 1,5, un valore che starebbe a indicare che l’azienda si sostiene più o meno in modo equilibrato perché l’indebitamento netto trova nei mezzi propri un bilanciamento considerevole.
Quando il rapporto superasse 5, però, la situazione diventerebbe molto delicata essendo esso indicativo di un’impresa ‘sbilanciata’ verso il debito, con la conseguenza che ogni difficoltà di percorso potrebbe metterla in crisi.

Le banche osservano questo indice con grande attenzione perché l’EBA raccomanda loro di valutare proprio la qualità dell’equilibrio finanziario complessivo.
Se il rapporto si alzasse troppo si passerebbe rapidamente dallo Stage 1 allo Stage 2, fino a raggiungere lo Stage 3 nei casi più estremi.

 

DSCR: riuscirai a pagare le rate il prossimo anno?

Il DSCR è probabilmente l’indice più significativo tra quelli finora analizzati, perché è direttamente collegato alla capacità dell’impresa di affrontare i propri impegni finanziari nei successivi 12 mesi.
Esso misura infatti se il flusso finanziario operativo generato in un anno sarà sufficiente a coprire la somma di capitale e interessi in scadenza nello stesso periodo.

Il valore minimo atteso per tale indice è evidentemente 1, che starebbe a significare che il flusso operativo atteso nei prossimi dodici mesi sarebbe pari al debito in pagamento per capitale e interessi.
Se un’impresa generasse un flusso di cassa operativo, invece, di 250.000 in un anno e dovesse pagare, nel medesimo anno, 200.000 euro di rate (per capitale più interessi) a fronte di un debito contratto, il valore espresso dall’ indice sarebbe 1,25 che è esattamente il valore che molte banche considerano ‘sicuro’.

Tuttavia, il flusso finanziario generato dalla gestione operativa non può essere integralmente posto al servizio del debito finanziario finendo per essere destinato anche ad altri impegni (ad esempio le imposte da pagare).

Ecco perché la normativa IFRS 9 introduce soglie puntuali e più performanti:

  • se il DSCR scendesse sotto 1,25, il credito entrerebbe ‘in osservazione’ e potrebbe per questo essere riclassificato in Stage 2;
  • se poi scendesse sotto 1,1, la banca dovrebbe trattarlo come deteriorato, portandolo a Stage 3.

In pratica, se nell’esempio il flusso atteso passasse da 250.000 a 180.000 euro e le rate restassero per 200.000 euro, il DSCR diventerebbe 0,9 e a questo punto, per la banca, il cliente sarebbe in reale difficoltà.

 

Perché questi indicatori sono così importanti

Gli indicatori di bancabilità non sono semplici numeri, sono viceversa la chiave che determina se una banca può o non può finanziare un’azienda, a quali condizioni e con che grado di fiducia.

Essi non servono tuttavia solo alle banche perché sono uno strumento prezioso anche per l’imprenditore, che può capire in anticipo se la gestione finanziaria sia sana o se ci siano segnali di squilibrio da correggere.

In un contesto regolato dall’EBA, dall’IFRS 9 e, lato imprese, dal Codice della Crisi d’Impresa, ignorare questi indicatori significa rischiare di restare esclusi dal credito.
Monitorarli, invece, permette all’impresa di presentarsi alla banca con un quadro chiaro, credibile e sostenibile.

E questo, oggi più che mai, fa davvero la differenza.
 

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