Analizzando gli aspetti economici, strategici e geopolitici dell’interesse manifestato da Trump per la Groenlandia di primo acchito si potrebbe pensare all’estrazione del petrolio e di minerali rari, nonché a implicazioni militari.
Ma quali reali motivazioni si celano dietro l'interesse di Trump per la Groenlandia?
La Groenlandia è ricca di materie prime strategiche e di terre rare essenziali per la transizione ecologica, sebbene le estrazioni siano attualmente ostacolate da condizioni climatiche estreme e dalla mancanza di infrastrutture. Dalle indagini petrolifere e dalle prospezioni è emerso che questa terra potrebbe contenere il 13% delle riserve mondiali di petrolio non ancora scoperte e il 30% di quelle di gas naturale.
Nel 2026 sono previsti nuovi pozzi esplorativi nel bacino di Jameson Land, zona orientale, con una produzione potenziale di 400.000 barili di petrolio al giorno. Va ricordato però che il petrolio estratto dalla zona orientale è di scarsa qualità, ricco di zolfo e impurità metalliche, che richiedono elevati costi di raffinazione elevati e lo rendono difficile da commercializzare. Le major petrolifere si sono mostrate disponibili solo a livello propagandistico, ma non hanno finora impegnato risorse concrete, proprio a causa dei costi elevati e del rischio che i prezzi del petrolio diminuiscano durante la transizione ecologica.
La Groenlandia potrebbe essere cruciale per il controllo dei movimenti navali russi nell'Atlantico e per la difesa antimissile, ma in realtà non sussistono nemmeno reali motivi militari che giustifichino l'interesse americano, in quanto un’importante base USA è già presente sull’isola: la Pituffik Space Base, nodo strategico americano in Antartide, fondata nel 1941 e costantemente potenziata. È destinata al rilevamento di missili balistici e monitoraggio dello spazio e viene definita ‘l'occhio più esterno della difesa americana’.
Le vere motivazioni sembrano perciò più collegate alla politica espansionista di Trump, simile a quella di altri leader mondiali come Putin ed Erdogan.
Trump ha minacciato di applicare tasse doganali del 10% a 8 paesi europei che hanno condotto esercitazioni in Groenlandia.
I paesi coinvolti nella questione dei dazi sono Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia, Regno Unito, Francia, Germania e Paesi Bassi, rei di aver sfidato la politica suprematista. I dazi non rispondono infatti a logiche economiche, ma servono come arma di minaccia politica.
L'Unione Europea, dal canto suo, potrebbe contrapporre dazi per 93 miliardi di euro se l'accordo di luglio 2025 non venisse ratificato dal Parlamento europeo entro il 6 febbraio. Siamo quindi a una situazione di stallo in cui, se Trump implementasse nuovi dazi, l'Europa potrebbe reagire con controdazi automatici.
Come è ormai noto l'applicazione dei dazi produce danni sia per chi li subisce che per chi li applica e può portare a una guerra commerciale.
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© Questo articolo, a firma di Attilio Sartori, è apparso per la prima volta sul Blog LA MOSSA GIUSTA.
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